PSICOSI  E  SCHIZOFRENIA

 

La psicosi costituisce un drammatico esempio di come il concetto di unità della personalità sia un traguardo da raggiungere e non un punto di partenza, e di come questa unità sia ben lontana dall'essere conferita in dono all’uomo, come qualcosa di naturale e inevitabile, ma debba invece essere realizzata da ciascun individuo, mediante uno sforzo continuo, che può durare anche per tutto il corso della vita.

Gli studiosi che si sono interessati alla psicosi, ne hanno fornito descrizioni differenti. Per spiegare tale fenomeno vennero presentate varie teorie. Sorse inizialmente una discussione tra associazionisti e organicisti: i primi, parlavano di scissione mentale e di perdita della connessione tra i gruppi principali di associazioni; gli organicisti, invece, sostenevano che la causa della psicosi fosse da ricercarsi in particolari modificazioni organiche nel cervello. Psicosi e Schizofrenia - Psicologia - Psicoterapia - Firenze

La psicoanalisi freudiana postulerà la psicosi come il risultato di un conflitto tra l’Io e il mondo esterno, in antitesi alla nevrosi che Freud considerava come il prodotto di un conflitto tra l’Io e l’Es.

Nella storia della psicologia il concetto di psicosi “cammina a braccetto” con quella che tutt’oggi è considerata come una delle più gravi patologie mentali, la schizofrenia.

La “psicologia popolare” tende a confondere con facilità in significato della parola “schizofrenia” con quello di “personalità divisa”. In realtà il termine “schizofrenia” deriva dalla fusione di due parole greche e significa “cervello diviso”. Con questo termine Eugene Bleuler non voleva alludere alla divisione dell'individuo in personalità destinate ad alter­narsi al controllo della persona, ma al contrario voleva indicare la divisione delle funzioni psichiche, cioè un tipo di spac­catura tra la parte della persona che sa ciò che sta acca­dendo e la parte che semplicemente lo sente: cioè tra facoltà mentali e sensibilità.

L’idea che sta dietro questo termine, quindi, è quella di una profonda divisione tra pensieri, emozioni e reazioni fisiche del soggetto, in virtù della quale la reazione emotiva ad un pensiero o la risposta fisica ad un’emozione, risulta completamente impropria o sproporzionata. Tale divisione produce deliri e gravi disturbi mentali. Lo schizofrenico vive simultaneamente atteggiamenti, emozioni e comportamenti inconciliabili e nello stesso tempo soffre di terribili distorsioni di consequenzialità logica e di senso del­la realtà.

Emil Kraepelin (1855-1926) fu il primo psichiatra che differenziò dalla massa di malati mentali ricoverati negli ospedali, quell'entità patologica cui dette il nome di “demenza precoce”. Questo termine era già stato usato dallo psichiatra francese Morel, ma con un diverso significato. Per Morel “precoce” significava che lo stato demenziale iniziava molto presto o precocemente nella vita, a differenza della demenza senile, che si verifica nell'età avanzata. Per Kraepelin, invece, il termine precoce acquistò un ulteriore significato: cioè che lo stato di demenza seguiva precocemente o subito dopo l'inizio della malattia.

Il contributo più importante di Kraepelin consistette nell'inclusione nella stessa sindrome della catatonia, già descritta da Kahlbaum, della ebefrenia e della “vesania tipica”, pure descritta da Kahlbaum, caratterizzata da allucinazioni uditive e da spunti persecutori. Avendo esaminato migliaia di malati a distanza di tempo, Kraepelin poté classificare le caratteristiche comuni riscontrate, anche se apparentemente i casi sembravano molto diversi gli uni dagli altri. La caratteristica che più lo colpì fu la tendenza progressiva verso uno stato demenziale. Gli altri pazienti che non avevano questa tendenza, come i maniaco-depressivi, furono separati dal gruppo “precoce” e successivamente si riconobbe che presentavano anche altri sintomi differenziali. Usando questo metodo di osservazione Kraepelin riuscì a differenziare e a definire come demenza precoce una sintomatologia costituita da allucinazioni, deliri, emotività incongrua, diminuzione dell'attenzione, negativismo, stereotipie di comportamento e progressivo deterioramento, con un sensorio relativamente integro. Una volta definita questa sindrome, Kraepelin cercò di darne una descrizione il più possibile accurata. Egli ne descrisse tutti i più piccoli particolari. La sua monografia “Demenza precoce e parafrenia” resta ancora oggi la descrizione più completa dei sintomi della schizofrenia da un punto di vista fenomenologico. Il sintomo è descritto e accettato com'è, senza alcun tentativo di interpretazione sia fisiologica che psicologica.

Kraepelin suddivise i malati in tre gruppi: l'ebefrenico, il catatonico e il paranoide. In seguito accettò la differenziazione di un quarto tipo, il semplice, che gli era stato suggerito da Bleuler. Inoltre separò dalla demenza precoce una nuova entità nosologica, la “parafrenia”. Anche per questa sindrome il decorso costituisce un dato fondamentale: nonostante il procedere della malattia non c'è decadimento della personalità. Quanto all'eziologia, Kraepelin considerò la demenza precoce come una malattia endogena, cioè non dovuta a cause esterne. Da prima pensò che fosse dovuta a una patologia organica del cervello, in seguito formulò l'ipotesi che fosse dovuta a un disturbo metabolico.

Il grande merito di Kraepelin consiste nell'aver sintetizzato efficacemente gli studi di Kahlbaum, Morel, Wundt e altri, organizzandoli nel proprio sistema.

La sua concezione della malattia fondata sulla prognosi, tuttavia, rinforzò l'atteggiamento fatalistico del pubblico verso le malattie mentali e scoraggiò i tentativi terapistici.

Kraepelin sembra vedere il malato come separato dalla società o come se dovesse esserne separato. Non formulò mai l'ipotesi che lo schizofrenico potesse essere stato influenzato da forze sociali o che potesse anche essere un prodotto della società. Si interessò più della struttura dei fenomeni psichici che del loro contenuto.

 Eugene Bleuler (1857-1930) accettò molti punti di vista di Kraepelin, ma dette nuova vita ai concetti kraepeliniani e ne fece una revisione, nel tentativo di andare al di là di un orientamento puramente descrittivo.

Nel 1911 Breuler pubblicò una monografia sulla demenza precoce, risultato di molti anni di studi e di ricerca. Egli ribattezzò la sindrome col nome di “schizofrenia”, volendo con ciò indicare che una delle sue caratteristiche fondamentali era la frattura delle varie funzioni psichiche, piuttosto che l'evoluzione verso uno stato demenziale. Rivide il concetto kraepeliniano della demenza precoce in quanto entità clinica, poiché fece rientrare nel gruppo schizofrenico molte sindromi che a quel tempo nessuno era preparato a considerare in qualche rapporto con la schizofrenia. Incluse nel gruppo schizofrenico le psicosi che si instaurano nelle personalità psicopatiche, le allucinosi alcoliche, le psicosi da prigionia e i casi di psicosi maniaco-depressive sintomatiche. Inoltre Bleuler riteneva che la maggior parte dei casi di schizofrenia fossero latenti e che i pazienti che ne erano affetti non venissero mai ricoverati in ospedale perché i sintomi non erano abbastanza gravi, anche se rivelavano stranezze nel comportamento che sono da attribuirsi ad un processo schizofrenico nascosto.

Bleuler classificò i sintomi della schizofrenia in due serie di gruppi: i gruppi dei sintomi fondamentali e accessori, e quelli dei sintomi primari e secondari. I sintomi fondamentali non sono necessariamente quelli primari, ma sono i sintomi presenti in certo grado in ogni caso di schizofrenia, latente o conclamata. I sintomi accessori sono quelli che possono comparire o no. Tra i sintomi fondamentali Bleuler includeva l'alterazione del processo di associazione, da lui considerata come la caratteristica più importante della schizofrenia, come pure un tipo particolare di pensiero e di comportamento, che egli denominò autismo. Fra i sintomi accessori incluse le manifestazioni acute della psicosi come i deliri, le allucinazioni, gli atteggiamenti catatonici, ecc.

Per sintomi primari intendeva quelli direttamente collegati col processo della malattia, cioè i fenomeni necessari della malattia. Il più importante di essi è di nuovo il disturbo dell'associazione. I sintomi secondari sono causati dall'azione combinata di quelli primari e dei fattori psicogeni.

Bleuler si spinse oltre la posizione di Kraepelin: volle spiegare i sintomi nei riguardi tanto del loro contenuto psicologico quanto della loro struttura. Quanto al contenuto, accettò le spiegazioni di Freud, anche se si rendeva conto che queste non erano sufficienti, poiché sentiva di non poter eliminare l'ipotesi che la schizofrenia potesse essere causata da una malattia organica.

Adolph Meyer (1866-1950) era uno psichiatra svizzero, che nel 1892 si trasferì negli Stati Uniti. La schizofrenia aveva costituito uno dei suoi interessi principali, fin dall'inizio della sua carriera. Meyer non era soddisfatto dell'importanza data alla eredità e alla autointossicazione nella eziopatogenesi della demenza precoce. Egli riteneva invece che i fattori psicologici, ai quali i profani e le vecchie scuole psichiatriche non avevano dato tanta importanza in passato, dovevano essere riesaminati.

Sosteneva che il malato doveva essere studiato “longitudinalmente”: dall'inizio della sua vita dovevano essere ricercati ed esaminati, cioè, tutti quei fattori che potevano aver contribuito al suo stato mentale. Meyer si convinse così che la demenza precoce era la conseguenza di un accumulo di disturbi delle abitudini o di abitudini a reazioni difettose. L'individuo che è incapace di affrontare i problemi e le difficoltà della vita e si trova di fronte a un insuccesso dopo l'altro, tenderebbe verso quelle che Meyer chiamò “reazioni sostitutive.”

Dapprima queste nuove abitudini appaiono come dei sotterfugi volgari e innocui, come il sogno ad occhi aperti, la ruminazione, la diminuzione degli interessi, ecc., ma in seguito diventano dannose, incontrollabili e tendono ad assumere meccanismi definiti e dannosi, come allucinazioni, deliri, blocco, ecc. Questi meccanismi anormali, secondo Meyer, si possono spiegare parzialmente come sostituti di un efficace adattamento a difficoltà concrete e reali. Egli vide la demenza precoce come l'evoluzione inevitabile di conflitti di istinti o conflitti di complessi dell'esperienza, dovuta all’incapacità di attuare un adattamento costruttivo innocuo.

Meyer dette al disturbo il nuovo nome di “parergasia”, che etimologicamente significa “incongruenza di comportamento”. Questa espressione, tuttavia, non ha incontrato successo al di fuori della sua scuola.

Il maggior merito di Meyer sta nell'aver riaffermato l'importanza dei fattori “mentali” o psicologici nell'eziologia della schizofrenia, anche se, dai suoi scritti, non si capisce chiaramente quando un paziente che ha delle “cattive abitudini” debba essere considerato uno schizofrenico conclamato.

Sigmund Freud (1855-1939) definì la schizofrenia come una regressione in risposta a un'intensa frustrazione e al conflitto con altre persone. Tale regressione dalle relazioni oggettuali a uno stadio evolutivo autoerotico avveniva parallelamente a un ritiro di investimento emotivo dalle rap­presentazioni oggettuali e dalle figure esterne, spiegando così la comparsa del ritiro autistico nei pazienti schizofrenici. Freud postulò allora che la carica energetica disinvestita fosse reinvestita sul Sé o sull'Io.

Durante il corso della sua vita professionale, Freud si dedicò soprattutto allo studio delle nevrosi e solo secondariamente a quello delle psicosi. La sua influenza su tutta la psicologia è però di tale ampiezza e di natura così rivoluzionaria, che anche il campo delle psicosi dovette essere riveduto alla luce dei suoi contributi.

In “Le neuropsicosi di difesa”, una delle sue prime opere psicoanalitiche, scritta nel 1894, nove anni prima delle interpretazioni dinamiche di Adolph Meyer, Freud descrisse per primo come le idee intollerabili possano dare origine a psicosi allucinatorie. L'idea intollerabile è rifiutata dall'Io, ma il tentativo di rifiutarla non riesce. L'idea ritorna come un adempimento allucinatorio del desiderio.

Nella paranoia e nella demenza precoce Freud vede un ritiro della libido dal mondo esterno ed una concentrazione della stessa, in forma narcisistica, sull’Io.

Nel volume “L'Io e l'Es” che apparve nel 1923, Freud scrisse che la nevrosi è il risultato di un conflitto fra l'Io e l'Es, mentre la psicosi è l'evoluzione analoga dì un disturbo dello stesso tipo nel rapporto fra l'Io e il suo ambiente (mondo esterno). In un lavoro pubblicato nel 1924, “Nevrosi e psicosi”, scrisse che mentre nelle nevrosi l'Io in virtù della sua sottomissione alla realtà sopprime una parte dell'Es, nelle psicosi l'Io, al servizio dell'Es, si sottrae a una parte di realtà. In altre parole l'Io accetta parte dell'Es. Freud sosteneva che nelle psicosi non c'è solo perdita della realtà, ma anche ristrutturazione della realtà. La psicosi sostituisce qualcos'altro a ciò che essa non accetta.

Di tutti i grandi contributi del fondatore della psicanalisi, il più importante nei riguardi della psicosi è il concetto di simbolizzazione, quantunque in origine non sia stato formulato in rapporto a questo disturbo. Secondo tale concetto, i sintomi non sono più accettati a un livello fenomenologico, ma come sostituti di qualcos'altro che essi simbolizzano. Le forze repressive dell'Io trasformano i sintomi in modo tale che non sono più riconosciuti dal paziente come tentativi di adempiere ai propri desideri. Lo studio dei simboli, che Freud intraprese nel suo libro dedicato ai sogni “L’interpretazione dei sogni”, venne poi esteso, soprattutto da Jung, al campo delle psicosi.

Freud fu il primo psichiatra che riuscì realmente a spiegare il contenuto della schizofrenia in termini psicologici. Fu anche il primo a rivelare in modo convincente l'importanza dei fattori psicologici nell'eziologia di questa malattia. Freud riuscì inoltre a spiegare, anche se parzialmente, gli aspetti formanti di parecchi sintomi, come ad esempio le proiezioni. Il suo concetto di regressione rimane fondamentale nel campo della schizofrenia. Tuttavia l'eccessiva importanza che egli diede alle frustrazioni sessuali come causa delle regressioni non gli permise di dedicare sufficiente attenzione al quadro delle relazioni interpersonali del malato, delle quali le manifestazioni sessuali costituiscono solo un aspetto.

Carl G. Jung (1875-1961) ha contribuito moltissimo alla comprensione della schizofrenia. Nel suo libro “Psicologia della dementia praecox” Jung mise in evidenza l'importanza del complesso autonomo. Gli autori francesi, e in particolare Charcot e Janet, avevano già avanzato l'ipotesi che una serie di idee, rimosse dalla coscienza, mantenessero un'esistenza più o meno indipendente. Janet attribuiva il fenomeno al così detto “abbassamento del livello psichico.” Jung aggiunse che la dissociazione di questo gruppo autoctono di idee era determinata da un meccanismo dinamico. I tests di associazione di parole lo convinsero che le idee dissociate avevano una carica emotiva e che i meccanismi di difesa che le isolavano erano gli stessi già descritti da Freud negli isterici.

Jung pensava che i deliri, le allucinazioni e gli altri sintomi schizofrenici fossero dovuti all'attività del complesso che sfuggiva al controllo della coscienza. Egli criticò quelle teorie che interpretavano l'incongruenza apparente tra le funzioni ideative e affettive dello schizofrenico come dovuta ad atassia psichica.

Jung fu il primo psichiatra ad intravedere la possibilità di un meccanismo psicosomatico nella schizofrenia. Ipotizzava che un disturbo emotivo potesse generare un metabolismo anormale, e che questo, a sua volta, producesse un danno fisico al cervello. Jung, tuttavia, considerava questa possibilità come una pura ipotesi e non escludeva l'idea che potesse esserci un disturbo primario del metabolismo, come supponeva Kraepelin.

Nel 1913 Jung differenziò i suoi “tipi psicologici”, formulando un concetto che doveva avere una grande importanza nel pensiero psicologico. Le sue prime idee intorno a una classificazione psicologica ebbero origine dal suo tentativo di confrontare l'isterismo e la demenza precoce in tutti i modi possibili. Egli intuì che nell'isterismo si trova sempre una “personalità estrovertita” (così infatti la denominò), con un'emotività esagerata e un'energia psichica diretta in senso centrifugo, cioè verso l'ambiente, mentre nella demenza precoce si verificava l'opposto. Nella demenza precoce l'energia psichica è centripeta, l'emotività è diminuita e la personalità nel suo complesso corrisponde alla sua espressione “introvertita.”

Un altro concetto che ebbe grande importanza nella sua interpretazione della schizofrenia, fu l’ipotesi dell'inconscio collettivo. Jung era rimasto molto colpito dalla somiglianza dei miti e dei simboli nelle diverse parti del mondo, indipendentemente dalle differenze storiche e geografiche, ed era rimasto altrettanto sorpreso dalle analogie riscontrate nei contenuti dei deliri dei propri pazienti. Egli spiegò questa somiglianza come la manifestazione di un inconscio generale o collettivo che conserva le immagini primordiali o archetipi che vi sono stati depositati in seguito al frequente ripetersi di situazioni identiche. La nostra psiche personale poggerebbe quindi su una più ampia e profonda psiche impersonale.

Jung riteneva che non fosse sufficiente interpretare i sintomi del malato come faceva Freud, cioè in base alle notizie dettagliate ottenute dall'anamnesi personale del paziente, ma che fosse indispensabile spingersi oltre. Secondo Jung, ad esempio, l'immagine che una persona ha dei propri genitori, non può essere attribuita soltanto ai ricordi d'infanzia, ma anche a forme archetipiche.

All'età di ventitré anni Jung venne a sapere che sua cugina, insieme ad altre persone, si occupava di spiritismo ed era soggetta a crisi di sonnambulismo medianico. Carl Gustav si unì al gruppo partecipando attivamente ai loro esperimenti.

L’esperienza vissuta con la cugina medium servì a formare in Jung alcuni dei concetti chiave che diventeranno le fondamenta delle sue teorie. Carl Gustav ipotizzò che la personalità di Ivenes, che si manifestava durante le sedute, fosse la personalità adulta di sua cugina, che si trovava ancora in fase di elaborazione nel suo inconscio. La sua crescita psichica era impedita da ostacoli psicologici e sociali, e l’attività medianica non era altro che un mezzo escogitato dall'inconscio per superare questi ostacoli. In queste nozioni ritroviamo il germe di quella che sarebbe divenuta la teoria junghiana dell'individuazione.

Grazie agli esperimenti fatti con la cugina, Jung comprese che i contenuti scissi dell'inconscio possono assumere l'aspetto di una personalità umana e venir proiettati all'esterno in forma allucinatoria oppure assumere il controllo della parte conscia, come avveniva durante le sedute medianiche.

Jung credeva che le attività extrasensoriali fossero determinate da un fattore psicologico e che non fossero in alcun modo dei fenomeni supernormali. La sua esperienza di vita e il suo lavoro di psichiatra, gli avevano confermato che tali fenomeni, da lui definiti “sincronistici”, appaiono in situazioni altamente emotive, come ad esempio un incidente o una malattia, oppure durante il processo terapistico, una volta instaurata una buona dialettica proiettante tra analista e paziente; era quindi compito della scienza indagarli.

L’interesse che Jung nutriva per le alterazioni della coscienza che davano luogo a uno sdoppiamento della personalità, traeva origine dal conflitto che Jung stesso viveva tra quelle che egli chiamò le sue personalità n.1 e n.2. Ma il suo interesse professionale per le doppie personalità era stato suscitato da Pierre Janet, che Jung riteneva essere un pioniere in questo campo, e al quale riconosceva un grande merito professionale: la conoscenza della vasta possibilità di frammentazione della coscienza.

L’amicizia con Flournoy fu un altro fattore importante nella vita di Jung, il quale si rivolse spesso a lui come a un padre. Da lui fu sostenuto in modo particolare durante il periodo di crisi che seguì la sua rottura con Freud; con lui, inoltre, poté approfondire alcuni argomenti che lo interessavano moltissimo come il sonnambulismo, la parapsicologia e la religione, interessi che non poteva condividere con nessun altro.  

Tra i numerosi contributi della teoria junghiana della psiche, i concetti di Anima/Animus risultano essere particolarmente interessanti per l’argomento che stiamo trattando. Questi archetipi, infatti, si riattivano quando un individuo sente il bisogno di integrare aspetti della personalità sacrificati all’esigenza di costruire la propria personalità sociale. L’anima è una sorta di personalità interna che viene rappresentata dall’inconscio mediante determinati individui che possiedono le qualità corrispondenti ad essa. Questa esperienza è vissuta come qualcosa di estraneo e di femminile (nell’uomo) e di maschile (nella donna).

Tra Anima/Animus e persona esiste un’azione compensatoria: l’Anima/Animus possiede quelle caratteristiche che fanno difetto alla persona. Jung sostiene che l’Anima/Animus condivide con gli altri archetipi i caratteri di autonomia e inconscietà, che fanno sì che l’archetipo sia portatore di una grossa carica energetica a cui è difficile resistere, poiché risveglia l’affetto e prende possesso della personalità.

Tra le diverse immagini di Anima che si presentarono personalmente a Jung, la più importante è quella che si esprimeva con la voce di una paziente psicotica che Jung aveva curato. Con questa immagine di Anima, dopo aver imparato a distinguere i suoi pensieri dai contenuti della voce, Jung instaurò un dialogo inizialmente difficile, ma che col passare del tempo divenne sempre più positivo, poiché l’Anima si costituì come ponte tra la sua coscienza e le immagini dell’inconscio.

Harry Stack Sullivan (1892-1949) dedicò la sua vita al trattamento della schizofrenia giungendo a conclusio­ni molto diverse. Riteneva che l'eziologia del disturbo fosse da rintracciare in precoci difficoltà interpersonali (soprattutto nel rappor­to bambino-genitori), e concettualizzò il trattamento come un processo interpersonale a lungo termine, che tentava di individuare quelle problema­tiche precoci. Inadeguate cure materne, secondo Sullivan, determi­nano nel neonato un Sé carico d'angoscia e impediscono al bambino di ri­cevere soddisfazione per i suoi bisogni. Questo aspetto dell'esperienza-di-sé viene poi dissociato, ma il danno alla stima di sé rimane profondo. L'e­sordio della malattia schizofrenica, nella concezione di Sullivan, consiste in una rinascita del Sé dissociato, che porta a uno stato di panico e quindi alla disorganizzazione psicotica. Sullivan ritenne che vi fosse sempre, an­che negli schizofrenici più ritirati, una capacità di rapporto interpersonale.

Federn (1914-2007) dissentiva dall'affermazione di Freud secondo cui nella schizofre­nia vi è un ritiro dell'investimento oggettuale. Al contrario, Federn sottolineò il ritiro di investimento energetico rispetto ai confini dell'Io. Egli notò che i pazienti schizofrenici sono privi di barriera tra quello che è dentro e quello che è fuori, perché il confine del loro Io non è psicologicamente investito (come invece è nei pazienti nevrotici).

Negli ultimi decenni sono emerse formulazioni psicodinamiche della schizofrenia più sofisticate

I bambini che finiscono per sviluppare una schizofrenia hanno un'avversione per le relazioni oggettuali che rende difficile il legame. L'ipersensibilità agli stimoli e le difficoltà di concentrazione e di attenzione sono tratti comuni della personalità preschizofrenica, cosicché i pazienti trovano difficile schermare gli stimoli irrilevanti e avver­tono una sensazione cronica di sovraccarico del sensorio.

Le teorie sull'eziologia e sulla patogenesi devono tenere in considerazione l'evidenza sostanziale che fattori genetici giocano un ruolo chiave. In assenza di tali fattori, anche situazioni familiari altamente disfunzionali non produrranno una malattia schizofrenica nella prole.

I figli di madri schizofreniche che avevano un'esperienza adottiva positiva erano protetti nei confronti di una schizofrenia futura, mentre gli individui geneticamente vulnerabili che vivevano in una famiglia adottiva disturbata tendevano a sviluppare la malattia. Tuttavia, altri studi non hanno associato la presenza di una famiglia disturbata allo sviluppo di schizofrenia.

I sintomi psicotici hanno un significato. Le allucinazioni o i deliri di grandezza, ad esempio, compaiono spesso immediatamente dopo un af­fronto alla stima di sé del paziente schizofrenico. Il contenuto grandioso del pensiero o della percezione rappresenta il tentativo del paziente di compensare la ferita narcisistica.

Un secondo concetto comune è che le relazioni interpersonali sono fon­te di terrore per questi pazienti. Le intense ansie correlate al contatto con gli altri sono evidenti anche se non è possibile esplicitarne chiaramente le cause. I timori sull'integrità dei confini dell'Io e la paura della fusione con gli altri rappresentano un problema di intensità crescente, che è spesso risolto con l'isolamento. La relazione terapeutica rappresenta per il paziente una sfida a essere capace di credere che dalla sua relazione con gli altri non deriverà una catastrofe. Infine, un terzo punto comune riguarda la convinzione di tutti gli autori di orientamento psicodinamico che relazioni terapeutiche con clinici sensibili possano fondamentalmente migliorare la qualità della vita dei pazienti schizofrenici. Anche se la remissione dei sintomi è pur sempre parziale, la relazione terapeutica può considerarsi di straordinaria rilevanza nell'adattamento globale del paziente alla vita.

 

 

 

 

 

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